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INDICE 1999 I PROGETTI
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Il progetto


Nicholas Gioia è italiano: “Mi sento italiano, ma il legame con l’Italia si estrinseca in una relazione emotiva e privata”. La Storia, sostanziale differenza tra Italia e Australia, è una materia che viene recepita in forma di paradigmi classici, attraverso letture di archeologia, “un viaggio nel tempo che rispecchia un interesse generale, ma non influenza direttamente l’operato professionale”. I suoi principali riferimenti architettonici, infatti, sono gli esempi della cultura internazionale moderna: “La purezza quasi intangibile di Mies van der Rohe ha una qualità spirituale così profonda da regalare un senso assoluto di perfezione. Nello spazio del Museo di Berlino, per esempio, non manca niente, non bisogna cambiare assolutamente niente, tutto può dare sensazione d’eternità”. Nicholas Gioia guarda con interesse anche a Frank Gehry, alla sua capacità di regalare un’onda leggera di giocosa compartecipazione a una dinamica spaziale alquanto arbitraria.
Uno degli elementi fondamentali del suo operato è la ricerca meticolosa di una purezza geometrica estrinsecata in un preciso ordine spaziale: luci, ombre e linee trovano sempre una loro unica ragione d’essere. Minimalista, Gioia è architetto del dettaglio: scava spazi ridottissimi e appartamenti microscopici, li esamina con la lente di ingrandimento e ne delinea i contorni secondo un’affinata tecnica da certosino. Proprio per questo i suoi spazi vengono definiti monastici, per l’essenzialità e la conseguente sensazione di sobrietà e serenità che avvolge il fruitore, quella stessa che il progettista pone al di sopra dei propri obiettivi. Con questi intendimenti ha progettato a St. Kilda, il sobborgo di Melbourne più vicino al mare, l’ampliamento di una casa preesistente in stile vittoriano incuneata in una zona residenziale sottoposta a vincoli conservativi e circondata da palazzi molto alti e incombenti. La sfida più difficile è stata quindi riuscire a trasformare questo spazio buio e claustrofobo in un luogo luminoso e aperto, dove la privacy della committenza fosse pienamente rispettata.
Il progetto preserva il nucleo principale della casa vittoriana e agisce sulla parte retrostante – demolendo la zona dei servizi – dove viene costruito il nuovo corpo, un edificio staccato, differente per forma e leggermente ruotato rispetto all’esistente. Il segno forte dell’ampliamento è infatti conferito dal muro curvo che, esternamente convesso, sottolinea l’autonomia dalla casa preesistente e internamente accentua l’aspetto protettivo rispetto alla situazione circostante. Il muro – su cui si aprono le strette finestre dei servizi – dà così le spalle agli occhi invadenti degli appartamenti limitrofi e al forte sole proveniente da sudovest. La costruzione, orientata nord-sud, si apre all’esterno con una grande vetrata soltanto verso nord, dove non ci sono costruzioni in altezza a impedire il filtrare della luce e dove è stato possibile creare una terrazza protetta da una pergola.
L’idea di costruire un edificio satellite deriva anche dalla volontà di voler separare nettamente la zona tranquilla e contemplativa della casa (camere da letto e studio situati nella casa preesistente) da quella più rumorosa e attiva (soggiorno, cucina e lavanderia nel nuovo intervento). Il collegamento tra le due parti avviene attraverso un corridoio – sorta di cordone ombelicale – che all’esterno ha creato due spazi verdi su cui si affacciano le camere da letto.
La scelta di materiali economici (mattoni a vista all’esterno e pavimenti di legno, moquette e laminati di plastica all’interno) risponde alle esigenze dettate dal budget piuttosto ristretto (140 mila dollari australiani, pari a circa 170 milioni di lire, per un intervento di circa 200 metri quadri), ma corrisponde pienamente alla semplice filosofia progettuale di Gioia di perseguire il benessere degli utenti senza sperpero di risorse. Un’architettura utile ed essenziale.