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Il progetto
Una fusione, non un esercizio di dialettica: la compenetrazione tra vecchio e nuovo devessere perfetta. Così Jacques Herzog descrive la nuova Tate Modern, realizzata allinterno della Bankside Power Station, a sud del Tamigi, appena davanti alla Cattedrale di St. Paul. Arrivando a piedi dalla stazione della Jubilee line di Southwark ci si accorge subito che la Tate Modern è destinata ad allargare la geografia culturale della capitale, avanzando in territori urbani finora sconosciuti. Il turista tipo non si fermerà più a Trafalgar Square ma si spingerà qui, dove si respira ancora unatmosfera dickensiana e dove residenza e piccola industria si mescolano formando una matassa inestricabile. Herzog spiega che il grande volume luminescente (soprannominato light beam) sovrapposto alla struttura esistente in mattoni ha restituito a Southwark una sua statura, garantendo nuove vedute di ampio respiro, dalle memorie canalettiane.
Bankside Power Station fu realizzata fra gli anni Cinquanta e Sessanta da sir Giles Gilbert Scott, ma sembra un edificio neoromanico di fine Ottocento. Loperazione Tate Modern è costata 134,5 milioni di sterline (circa 418 miliardi di lire); la parte architettonica circa duemila sterline al metro quadro (sei milioni di lire); secondo molti, un prezzo ragionevole e tuttaltro che stravagante. Il progetto è, con la sua semplicità che sfiora lunderstatement, la ristrutturazione di una carcassa abbandonata; come un amplificatore che seleziona il meglio di una vecchia registrazione, si sbarazza dei problemi non risolvendoli: Le altre proposte del secondo grado del concorso si scontravano continuamente con i problemi derivanti dal confronto tra vecchio e nuovo: noi ne abbiamo tratto vantaggio. Un atteggiamento pragmatico, che vuol essere lineare e oggettivo ma è anche audace.
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La Turbine Hall
Composta da più scatole, vecchie e nuove, scavate e sovrapposte, incastrate o sospese, opache o trasparenti ma sempre ben leggibili, la Tate Modern è un edificio spazialmente semplice, dove è facile orientarsi e dove la cultura è solo una parte del programma. Le attività che il museo contiene sono molteplici, complementari e contraddittorie. Il pubblico potrà guardare cose diverse con occhi diversi; più che informazioni assorbirà sensazioni. Tanti di quanti verranno qui non sapranno riconoscere i confini dellarte: che rapporto cè tra questa e lindustria? Louise Bourgeois, il primo degli artisti sponsorizzati da Unilever ad allestire-decorare la grande Turbine Hall, ha ottimamente commentato la questione: tre enormi torri in lamiera arrugginita sono come rovine dellantichità, che possiamo scalare allinterno con una certa palpitazione, arrivando poi su terrazzini che ci offrono un panorama del groundscape che sta intorno.
Herzog & de Meuron hanno disegnato la Turbine Hall come uno spazio ordinato ma abbandonato al proprio destino, illuminato da un lucernario a 35 metri daltezza e da finestre alte e strette sulle due testate; nei mesi invernali e di sera la luce arriverà da tre cristalli luminosi di vetro opalino che a sbalzo si sporgono oltre il filo del muro preesistente della carcassa e che indicheranno la presenza delle sale espositive. Herzog descrive questo spazio come una galleria che viene donata alla città: può contenere da solo le diecimila persone che sono la massima affluenza di pubblico al museo. E anche uno spazio il cui ambiente (temperatura, umidità, luce, flessibilità) non è controllato, aspetto che ne rinforza lalterità rispetto al resto delledificio. Siamo in un luogo speciale, che scatena in noi un rimescolamento viscerale. Si percepisce che un tempo questa grandiosità aveva un fine ben diverso da quello attuale. Il solaio del piano terreno, infatti, che si trova sotto il livello dellacqua, corrisponde a quello che era il piano di appoggio delle turbine; del vecchio piano terreno sopravvive oggi solo un piccolo pezzo che funge da ponte di attraversamento della hall, alla stessa quota dellingresso sul river walk del Lungotamigi. Entrando dal fianco, cioè da ovest, si raggiunge il nuovo piano terreno scivolando su una lunga rampa sulla quale i nostri passi scandiscono un ritmo preciso, come in un luogo sacro; la bocca della rampa è larga ma non cè parvenza di monumentalità, semmai un senso di assolutezza che sottende lidea di vuoto. La hall è così, inquietante, tenebrosa e forse non finita, in gran parte fatta di mattoni verniciati di una tonalità media di grigio. Nessuno scommette sul suo futuro, anche perché tutto potrebbe cambiare quando anche la parte sul retro, dove sopravvivono ancora apparecchiature elettriche, fosse dismessa e trasformata in gallerie.
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Gli spazi espositivi
Per adesso, le gallerie occupano solo il parallelepipedo che si affaccia sul Tamigi; qui ci sono tre piani di sale e due di servizi vari. Le sale, chiuse da cartongesso, sono verniciate di bianco, ma alcune sono impercettibilmente colorate. Ciascun piano è interrotto al centro dal blocco con scale, ascensori e servizi. Si vengono a creare così, allinterno di un solo macromuseo, sei minimusei, ciascuno autosufficiente. Il 70 per cento delle pareti divisorie è mobile; la profondità del corpo di fabbrica consente di allestire tre file di sale; quelle centrali non godono di luce naturale e trasmettono una certa claustrofobia. Altre si affacciano, anche se indirettamente, attraverso i cristalli di vetro, sullo spazio della Turbine Hall; le più fortunate hanno una finestra sul fiume o sui fianchi delledificio e allora il senso di sfondamento verso lesterno ci permette di respirare: dalliperconcentrazione necessaria per entrare nel mondo dellarte passiamo allinebriamento che ci procura il paesaggio urbano circostante. Le sale hanno proporzioni diverse, modulate intorno alle opere che ospitano. Il pubblico è incoraggiato a distrarsi durante la visita; sono esposti materiali artistici diversi, viene spesso interrotta la linearità dei percorsi e si presentano associazioni non gratuite o eccentriche. Anche se Herzog dice che cè un solo modo di esporre larte e non servono esperimenti, qui limpressione è contraria.
Cinque percorsi espongono larte moderna nella vecchia Tate è rimasta larte inglese fino a tutto l Ottocento secondo criteri non cronologici ma tematici, che sono per forza discutibili. Lidea museografica, che la storia dellarte non sia né lineare né fatta di subitanei spostamenti ma la graduale elaborazione di temi che da sempre ossessionano luomo, calza a pennello il pensiero di Herzog & de Meuron, secondo cui larchitettura è unarte materiale fatta di cose costruite prima ancora che ideate.
Il light beam in copertura funge in parte da presa di luce per il piano alto delle gallerie e in parte ospita ristoranti e club rooms allultimo piano. Da qui si godono le migliori vedute panoramiche sulla City. Il light beam contiene la gestualità della Land art e il minimalismo dellingegneria e lascerà un vibrante ricordo a quanti verranno qui nelle ore buie attraversando il fiume.
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Senso fisico
Più che nellorganizzare gli spazi, la bravura di Herzog & de Meuron è stata nellavere impresso nelledificio un forte senso tattile e fisico. I materiali sono trattati come fossero semilavorati, sono elementi della natura e a ciascuno di essi corrispondono una forma e un uso precisi: il metallo delle strutture portanti e delle ringhiere, il legno dei pavimenti e delle scale, il cemento dei pavimenti, il cartongesso delle contropareti e dei soffitti, il vetro per mettere in rapporto spazi diversi, la lamiera di metallo per le scale mobili e gli ascensori, i rudi mattoni dellesistente. Questa composizione elementare è efficace perché ciascun materiale è bello in sé e convive in armonia con gli altri, pur senza mediazioni.
Nick Serota, grande ideatore delloperazione Tate nonché suo direttore, considera lattivismo del museo non una scelta ma una necessità. La missione dei dettagli disegnati da Herzog & de Meuron è di trasmettere il senso dellindustria: sono assolutamente semplici, ma difficili da realizzare nella loro schematicità. Non esiste transizione tra i vari materiali; mancano zoccolini, scuretti, coprifili; finisce un materiale e ne inizia subito un altro e il loro giunto è una secca linea retta, possibilmente affilata. Molte aree sono prive di soffitti; ciò che sta sopra una certa linea orizzontale (soprattutto gli impianti) è semplicemente verniciato di nero. Tanti apparecchi illuminanti sembrano essere stati aggiunti sui muri e sui soffitti una volta ultimati gli spazi, come fossero appliques. Mancano gli effetti speciali; tutto è vero e può essere toccato con mano.
A volte il risultato appare fin troppo rozzo o dimostrativo, ma poi si riscatta attraverso la coerenza con cui è giocata la partita nel suo complesso. Gli arredi, disegnati con passione da Jasper Morrison, confermano che ciascun pezzo è un mini-archetipo, una forma pulita: un solo materiale, nessun rivestimento o impiallacciature, abbastanza pesante da essere inamovibile. Chiaramente cè stato un buon gioco di squadra; ed è solo da qui che può nascere la buona architettura.
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