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INDICE 1999 I PROGETTI
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Il progetto


L’Università Ben-Gurion è a Beíer-Sheva, nel deserto di Negev, nel sud di Israele. Come tutti i campus universitari è frutto di una pianificazione che se da un lato rispetta l’autonomia di ciascun edificio, dall’altro genera un’atmosfera tipicamente cittadina, privilegiando il flusso dei pedoni a quello delle automobili. Essere in un campus universitario trasmette la strana sensazione di trovarsi, contemporaneamente, in un mondo pre e post automobile; gli studenti che lo abitano formano una comunità ben identificabile dal punto di vista generazionale e del grado di istruzione. Per questo in un campus sono così importanti i percorsi, le vedute in profondità e “la segnaletica” dell’architettura. La navigazione e gli spostamenti qui sono a vista; bisogna poter riconoscere le cose da lontano e poi dirigersi nella direzione giusta. Lo hanno capito bene i progettisti della nuova Senate House, Bracha e Michael Chyutin. Con i suoi circa seimila metri quadri, questo edificio occupa un lotto di forma quadrata nella parte nord del campus, non particolarmente grande e costretto tra altre architetture senza particolari qualità formali; l’unica virtù del lotto sembra essere quella di essere in leggera pendenza e di consentire quindi una netta differenziazione nelle facciate e nei prospetti. Puntualmente, gli architetti hanno sfruttato l’occasione.
La Senate House è un fortino facile da difendere, con le facciate oblique. Si entra non tramite un portone, ma tramite una fessura; dentro si trova un cortile circolare che produce ombra e tranquillità. Appena fuori dal fortino, sull’esterno, spunta la forma enigmatica della parte alta di un tronco di cono, che segnala la presenza della Sala del Senato accademico. Nel seguire il percorso di avvicinamento all’edificio, non ci è dato mai sapere quello che ci aspetta dietro l’angolo. La pianta si fonda su una sequenza di gradevoli sorprese, dal sapore vagamente surreale; non vedendola da lontano, troviamo la fessura solo dopo aver riconosciuto da lontano la forma del cono. Entrati nel cortile troviamo le porte d’ingresso dell’edificio soltanto una volta compiuta un’inversione nel senso di marcia dei nostri passi, come se avessimo già deciso di abbandonare la nostra spedizione. Dice Chyutin: “L’ingresso principale è come una fenditura scavata nella roccia di un’oasi; i visitatori provano lo stupore di confrontarsi con una rivelazione, come i palazzi di Petra per chi vaga nel deserto”.


Il valore dei muri
La distribuzione dell’edificio non è lineare. I corridoi dei vari piani si sviluppano prevalentemente intorno al cortile tondo, mentre molte stanze sono costrette a fare i conti con le complesse stratificazioni della geometria. Pochi spazi interni sembrano sfruttare la presenza del cortile, mentre manca uno stretto rapporto tra interno ed esterno. Al piano terra si trovano, oltre alla principale hall d’ingresso, anche parte degli uffici; al piano inferiore (sotto al cortile) una sala espositiva, il bar, la Sala del Senato accademico, i locali impianti, i magazzini e alcuni uffici, oltre all’ingresso secondario. Ai due piani superiori si trovano gran parte degli uffici.
I muri (o le mura, se preferiamo) svolgono un ruolo fondamentale e sono il frutto di un articolato ragionamento. Hanno un valore sia simbolico che tettonico, ma anche un ruolo decorativo: come i percorsi, sembrano lavorare su un doppio binario, creando aspettative che vengono poi messe in discussione. Negli anni Ottanta si parlava tanto delle ambiguità che l’architettura è in grado di generare; questo progetto può essere visto come un buon esempio delle vivaci discussioni di quel periodo di crisi. I muri della Senate House sono diversi sui diversi lati, come fossero una risposta fenomenologica ai diversi affacci. Sul retro, dove l’edificio è alto quattro piani, i muri sono imponenti e solidi, senza sbavature o gradini, perfettamente verticali; chi parcheggia qui l’automobile, vede due facciate ad angolo retto che trasmettono subito il peso specifico dello spesso muraglione di difesa; la finestratura verticale o diagonale è alta e stretta e dà la sensazione del fuori scala; gli ingressi sono camaleontici e si confondono con il gioco d’ombre. Completamente diversa, invece, l’idea dei muri sul lato dell’ingresso principale, che è più accogliente affacciandosi verso il cuore del campus; qui i virtuosismi formali prendono il sopravvento e i muri si riducono di spessore diventando simili a lastre di pietra tenute in precario equilibrio; non prevalgono più le superfici ortogonali ma le pieghe in diagonale; le finestre assomigliano a squarci praticati in un tessuto.


Filone di ricerca
Se sul retro la Senate House è una forma, sul davanti diventa tante forme. Alcune di queste si accoppiano l’una all’altra, secondo il dialettico gioco delle similitudini e dei contrari. Due sono le forme rotonde, quella positiva del Senato accademico e quella negativa del cortile.


Due sono i raster ortogonali su cui si organizzano le geometrie della pianta, a partire dalla lettura della planimetria urbana del campus Ben-Gurion. Due sono anche le inclinazioni dei muri, generate dall’ambizione di fare un edificio dalla doppia identità, allo stesso tempo istituzionale e storicizzante nei confronti del passato, ma anche saggiamente decostruttivista e con un occhio rivolto al futuro.
Fino a oggi il Decostruttivismo (con tutta la confusione che ha prodotto, basti guardare alla spazzatura che si produce nelle università di mezzo mondo) si è volutamente caratterizzato come movimento concettuale; al suo interno vi sono architetti che hanno privilegiato l’astrazione (Peter Eisenman), il simbolismo (Daniel Libeskind) o il formalismo (Frank Gehry). Il progetto di Beíer-Sheva lascia intravedere un ulteriore filone di ricerca, all’interno della bagarre decostruttivista; per adesso la potremmo chiamare “naturalistica”.


È caratterizzata da figure semplici di marchio razionalista, combinate l’una all’altra così da provocare forti distorsioni e scollamenti, incastri e giunti, fratture e spigoli, come si può scoprire da un’analisi morfologica del vicino e pietroso paesaggio desertico.
Anche nel teatro di Guivatayim la coppia Chyutin aveva collaudato un simile metodo compositivo, con corti circolari e un patio che si disponevano come un villaggio attorno a una piazza centrale, a rappresentare un forte spirito comunitario. L’idea di comunità e la ricerca delle radici contraddistingue sia l’identità dello Stato d’Israele sia l’idea del campus universitario di Beíer-Sheva, luogo dove millenni fa visse anche Abramo.